

PER UNA CONVIVENZA POSSIBILE
A cura di Gaia Di Castro
Abstract
Obiettivo di questo lavoro è analizzare il fenomeno migratorio attraverso il modello gruppoanalitico.
Attraverso il paradigma della complessità quale strumento di lettura dei fenomeni intersoggettivi che consente di accedere ad un pensiero della multiverità, ma anche al codice relazionale della multiappartenenza (F. Di Maria, G. Lavanco, C. Novara, 1999), viene proposta una lettura del migrante come di un viaggiatore che naviga tra cultura e identità, tre vecchi e nuove narrazioni.
La teoresi gruppoanalitica infatti, intesa come teoria della mente, della personalità, dell’intersoggettualità e dell’organizzazione psichica del sociale permette di mettere in luce come la personalità sia connessa alla cultura attraverso i costrutti di matrice, transperosnale, simbolopoiesi ed inconscio sociale. L’identità in questo senso è concettualizzata come lo snodo tra identità personale e identità d’appartenenza. Ciò comporta che il processo migratorio possa fungere da costruttore o de-costruttore psichico per il migrante, con conseguenze per la sua vita psichica e la sua esistenza.
In questo contesto la prospettiva di sviluppo, attraverso l’intervento psicologico-clinico, che propone la gruppoanalisi si concentra sulla convivenza, sul dialogo multietnico, inteso come processo in costruzione, un progetto di riconoscimento delle differenze che mediante narrazioni negoziate possa valorizzare il conflitto che traduce la differenza in qualcosa di gestibile se si trasforma in una trama; nella convivenza multietnica le differenze possono essere attraversate, tradotte in segni, simbolizzazioni, e metabolizzate in relazioni sociali che consentono di confrontarsi con lo straniero, in una matrice di significati che strutturano la rappresentazione di sé e dell’altro (Novara e Lavanco, 2012).
Parole chiave: migrazione, identità, convivenza, cultura, psicologia di comunità
Gruppoanalisi e migrazione
L’immigrazione è in primis un fenomeno geopolitico complesso (Di Maria e Lavanco, 2002), ma è importante precisare che “lo status di immigrato non è una categoria psicologica; di per sé non si qualifica come oggetto psicologico, cioè come processo definito attraverso e nei termini propri della scienza psicologica” (Salvatore e Scotto di Carlo, 2005); tuttavia l’aspetto rilevante per la psicologia, ancor più per la gruppoanalisi, può essere la posizione di generatore, assunta da tale fenomeno, di particolari condizioni antropologiche, economiche, demografiche, sociali, relazionali e culturali.
In quest’ottica il concetto di migrante e i vari aspetti ad esso correlati, non vogliono essere ricondotti ad una categorizzazione semplicistica e individualistica, che rimanda alla sola dimensione di povertà, disagio e “poverini”, né al fatto che un servizio all’immigrazione possa configurarsi come sola accoglienza e protezione. Piuttosto quella che si vuole proporre in questo lavoro è una psicologia che possa occuparsi di migrazione e di migranti attraverso il paradigma della complessità. In questo senso Salvatore e Scotto di Carlo (2005), affrontano la distinzione tra fenomeno e processo e ciò può essere utile per esprimerne alcuni concetti chiave, in relazione ai prodotti/servizi in psicologia e nello specifico, per i servizi agli immigrati. Gli autori, infatti, asseriscono che “il fenomeno si riferisce al dato di realtà, così come rappresentato dall’attore che innesca la domanda al professionista; il processo è, attraverso un’opera di trasformazione modellistica del fenomeno, l’interpretazione che di quest’ultimo ne fa il professionista”. In tal senso “il fenomeno è espressione del modello culturale del cliente, in quanto è definito sulla base di tale modello culturale ed in tal senso è espressione di un modello interpretativo non psicologico, spesso fondato sul senso comune. In altri termini, il fenomeno non coincide con la definizione di una qualche dimensione/regola di funzionamento psicologica in ragione della quale operare”. L’agire psicologico, quindi, si colloca nel passaggio da fenomeno a processo laddove “il processo è il risultato di un atto interpretativo, che porta lo psicologo ad individuare un nesso tra il fenomeno per come definito dal senso comune (o comunque dal modello culturale del committente) e una dimensione sulla quale vi è la possibilità di intervenire in chiave psicologica e con gli strumenti che le appartengono. L’articolazione tra fenomeno e processo permette allo psicologo di convenire con il cliente il significato dell’intervento ed allo stesso tempo di individuare localmente gli obiettivi e le modalità per affrontare la problematica su cui assume responsabilità”. Quindi parlando di migrazioni, ancor più che di straniero, forse è più utile parlare di “stranierità”, intesa come “strano” ed “estraneo”, evento psicodinamico che ci fa dialogare e confrontare con l’altro che è in noi e fuori di noi attraverso la relazione, intesa come spazio della diversità e del conflitto (Di Maria, Lavanco, Novara, 1999).
Cultura e identità nel processo migratorio: matrice di base e simbolopoiesi
Di Maria e Lavanco (2000) parlano della gruppoanalisi come psicologia sociale e antropologica del mondo interno partendo dalla considerazione che, nella prospettiva gruppoanalitica, la personalità si fonda sulle relazioni che collegano, sin dall’infanzia, il bambino alla sua famiglia ed alla storia del suo ambiente; in questo senso ci si allontana dalle posizioni dicotomiche interno/esterno, singolare/plurale, individuale/grappale per approdare ad una dimensione politica, intendendo per politico “un modo di concepire e regolare i legami e i rapporti all’interno dell’interumano, della comunità”. Quello proposto è un modello sociale della mente e della personalità in cui, in relazione ai processi transculturali e transpersonali, si evidenzia uno strettissimo legame tra individuo, cultura e gruppo. Cultura ed appartenenza rappresentano tanto la definizione quanto il contenimento del processo di costruzione e sviluppo della propria identità che in un’ultima analisi dipenderà quindi dall’acquisizione e trasmissione continua dei modelli gruppali di ordine familiare, sociale, organizzativo e istituzionale.
La base culturale, la matrice di base, (Foulkes, 1964) diviene parte del nostro corpo e del nostro Sé, “incorporata” in ciascuno di noi, tra noi si riflette e si rispecchia, automaticamente, inconsciamente, dando luogo a modelli relazionali condivisi, simultanei. Gli insegnamenti del gruppo in cui il neonato è allevato non sono “naturali” ma culturalmente determinati, poiché ogni famiglia è inserita in una specifica rete di significati che la determinano e che essa continuamente contribuisce a determinare, attraverso i processi transpersonali. Il soggetto, dunque, attraverso il processo di identificazione “assume su di sé tratti mentali, affettivi, comportamentali del suo ambiente originario considerandoli come qualità innate, proprie o geneticamente ereditate, laddove sono invece culturalmente e, quindi, socialmente apprese” (Giannone e Lo Verso, 1996). L’identificazione è, dunque, il processo mediante il quale la relazione fonda il mondo interno e può essere intesa come l’introiezione delle modalità di pensiero proprie dei gruppi con cui il soggetto entra in relazione, nel corso della vita, e dei temi culturali che li caratterizzano.
Interessante per la comprensione del concetto di fondazione relazionale della mente è il contributo di Napolitani (1987) secondo cui l’individuo è, “fin dalla nascita, ma prima ancora nella preconcezione del gruppo in cui verrà al mondo, in rapporto con una struttura collettiva (cultura)”. Secondo l’autore l’uomo possiede due disposizioni innate, la cui dialettica fonda e muove l’organizzazione psichica umana: l’Idem e l’Autòs. Napolitani definisce l’Idem come un’attitudine apprenditiva che permette il processo di identificazione e che dà il fondamento comune a tutti; l’Autòs come un’attitudine espressiva, una predisposizione ad una conoscenza trasformativa del mondo che, grazie al processo della simbolopoiesi consente di mettere insieme i dati in maniera diversa.
Partendo da tali presupposti teorici si può comprendere come la migrazione, lungi dall’essere soltanto uno spostamento fisico da un luogo a un altro, rappresenti un evento potenzialmente traumatico per l’identità del soggetto. Migrare comporta un taglio con tutti quegli aspetti, culturali e sociali, che hanno contribuito alla fondazione della propria identità e che svolgevano la funzione di rispecchiamento nel contesto di appartenenza. La formazione dell’Idem è possibile, infatti, all’interno di un gruppo e di una società che trasmette al soggetto un certo modo di stare al mondo, confermandolo continuamente e naturalizzandolo. Dopo aver lasciato il paese d’origine, la propria casa, il luogo dove si è conosciuti e riconosciuti, le certezze che hanno segnato e dato senso alla propria esistenza, il ritrovarsi privi di tale riconoscimento, e spesso svalutati, all’interno del nuovo contesto sociale, può far diventare la nostalgia un’emozione talmente intensa da manifestarsi come esperienza dolorosa e farsi veicolo di un profondo malessere psichico. In tal senso Cesarano (2011) afferma che “la migrazione è intesa come crisi, cioè come un evento di radicale cambiamento e trasformazione, accompagnato da allarme e grande angoscia, dove si può verificare una disintegrazione del legame sociale e culturale, configurandosi come rottura e perdita dei legami con i gruppi di appartenenza primari e secondari e del dispositivo culturale e sociale del proprio paese d’origine”. Il migrante, dunque, deve confrontarsi con la perdita dei propri punti di riferimento e, il più delle volte, con il mancato riconoscimento, da parte della società di arrivo, delle sue appartenenze culturali.
Transperosnale e inconscio sociale
All’interno del fenomeno della migrazione e rispetto al tema della costruzione e dello sviluppo dell’identità, è utile prendere in considerazione il concetto di transpersonale (Foulkes, 1964) per riflettere sul fatto che la nascita della vita psichica individuale è concepita in termini intersoggettivi. L’autore infatti introduce il concetto di soggettività plurale per indicare come la mente assume caratteristiche storicistiche e relazionali. Questo aspetto vuole sottolineare come nella gruppoanalisi, l’individuo è concepito come facente parte di una rete collettiva che lo pre-concepisce, lo attraversa e lo intenziona.
Di Maria e lo Verso (1995) a tal proposito fanno notare che la dimensione del transpersonale, come impersonale collettivo, depositato nell’inconscio, nel corpo, nella cultura e nell’istituzione, attraversa e permea l’individuo, attraversando la sua identità più intima; in tal senso la gruppoanalisi si pone come modello scientifico del mentale che includa insieme l’unità e la differenza, l’ordine e il disordine, l’identico e l’originale. I suoi punti di forza si rintracciano nella capacità di trasformare la prospettiva lineare in una circolare, nel mettere l’accento sulla natura complessa della realtà e nel sottolineare le interazioni tra gli elementi di un sistema, piuttosto che le loro differenze.
Un altro costrutto strettamente connesso a quanto appena detto e che risulta utile nella lettura del processo migratorio e dei cambiamenti identitari che esso genera è quello dell’inconscio sociale.
Foulkes elabora il concetto di inconscio sociale, affermando che sia la struttura sia il contenuto della psiche sarebbero profondamente modellati dall’esperienza piuttosto che dall’eredità: questa sarebbe la conseguenza di quello che intende quando afferma che il sociale permea la psiche. L’inconscio sociale rappresenterebbe così sia il contenitore che il contenuto della psiche. “I valori assorbiti, l’intera relazione con il mondo, il modo di esprimersi, di respirare, di dormire, di svegliarsi, di divertirsi, di parlare, l’intero comportamento dell’individuo è stato decisamente modellato dal gruppo familiare di origine ed è inconscio. L’individuo non ne è consapevole, nel senso che egli è normalmente convinto che il suo modo sia quello naturale e giusto” (Foulkes, 1973). Come fa notare Rouchy (1987) l’inconscio sociale riguarda i comportamenti, i modi di pensare, gli atteggiamenti e sarebbe ipotizzabile includervi la dimensione corporea. L’esistenza individuale si costituirebbe, così, nell’intreccio di elementi collettivi e quindi con il dispositivo culturale di riferimento. In questo senso la cultura diventa “depositaria di forme e valori custoditi nella psiche collettiva, conscia e inconscia, tale che l’individuo possa costituirsi come unità di senso, avvalendosi delle strutture plasmatrici costitutive di quella psiche collettiva” (Trevi, 1988). Le manifestazioni collettive (culturali) racchiuderebbero allora, in questa visione, un potenziale formativo della psiche, legato sia alle connotazioni di simbolo che la cultura possiede, sia alla funzione altamente rassicurante del gruppo culturale d’appartenenza, come un contenitore che protegge dall’angoscia e fornisce modelli di pensiero condivisi. Nel processo di costituzione dell’identità di un individuo entrano così elementi personali e transpersonali, che la permeano di valori e codici di comportamento e di pensiero “saldamente radicati dal punto di vista culturale”.
Secondo Neri (1996), “appartenere a questo spazio comune significa esistere; esserne espulsi significa non esistere: finire nel non reale, nell’indeterminato“. Il migrante sente di non appartenere più al mondo di prima, ma non appartiene neanche a quello a cui approda: egli “non esiste né più lì né ancora qui”.
La migrazione come costruttore o de-costruttore psichico
La domanda fondamentale che alcuni autori si sono posti è stata: quando diventiamo consapevoli di questa cultura di cui siamo portatori? Le Roy (1994) si pone questa domanda e riflette sul fatto che ci rendiamo maggiormente conto dell’essere soggetti con un’identità culturalmente determinata, quando siamo in contesti culturali diversi, ovvero quando vengono a mancare le funzioni del rispecchiamento sociale e della risonanza, quindi il sentimento del noi. La base culturale comune include codici di comportamento, ritmi di vita, abitudini alimentari, contatti corporei e distanze preferite, aspetti che sono marcati culturalmente e hanno un significato dato; un’area di forte interesse per la psicoterapia di gruppo concerne le rappresentazioni fondamentali che in una data cultura si hanno di un gruppo, espresse attraverso i miti, le leggende, le favole e il linguaggio onirico. Secondo Le Roy in presenza di grossi mutamenti storico-sociali, come le migrazioni/immigrazioni e di grossi traumi politico-sociali, la matrice di base, in quanto campo di significati molto complessi ma strutturati, può essere significativamente “sconvolta” e in tal senso possiamo parlare di “patologia sociale”.
Il sociale quindi come “costruttore e decostruttore psichico”, indicatore di crisi e conflitti: un vertice questo che vede il superamento del modello psicoanalitico e sociologico-filosofico, individuando il gruppo come luogo della dicibilità e visibilità della crisi e del cambiamento (Brown, Zinkin, 1994). La migrazione, come episodio psicosociale estremamente significativo per la vita dell’individuo, può sviluppare i suoi effetti negativi attraverso lo snodo dell’alienazione e dell’estraniazione, che non è fatto solo di isolamento materiale ma soprattutto di mancanza o di alterazione nelle relazioni sociali. L’immigrato infatti è spesso costretto dalla cultura e dalle politiche economiche dominanti a collocarsi in uno spazio sociale senza riconoscimenti, perso nell’anonimato del declassamento socio-economico, che lo rifiuta come modello culturale “altro”. Egli “da soggetto che si autodetermina è ridotto a corpo che viene determinato dalle strutture economico-sociali, che gli sono estranee” fino a subire un “attacco” all’identità sociale. (Cardamone e De Micco, 1999). Altre volte, invece, la migrazione permette di realizzare in termini psicodinamici, ciò che è stato proposto da Napolitani (1987) nella simbolopoiesi: in n questo caso il rapporto dialogico che si viene a creare tra Idem e Autos è di integrazione delle parti, di dialogo tra le gruppalità interne e di complementarità tra le varie parti di Sé. Questo processo risulta funzionale per la persona che è in grado di pensare cambiamenti e sviluppi per sé e la propria vita.
Il nuovo ambiente dovrebbe offrire la possibilità di formare ciò che Kaës (1987), chiama una “neo-struttura”, un “neo-gruppo”, che offra un “oggetto alla pulsione di essere qualcosa, una protezione contro il ritorno del trauma arcaico che assicuri la continuità dell’esistenza e la capacità di affidarsi ad un contenitore abbastanza buono”.
La nuova cultura, il paese chiamato “ospitante” chiedono l’impossibile quando per integrazione si intende la sostituzione dei codici originari con i codici nuovi; questo può dar vita ad una falsa integrazione legata inevitabilmente ad una scissione tra la vecchia matrice protetta e difesa e la nuova necessaria matrice dominante (Le Roy, 1994).
La convivenza come intervento psicologico-clinico
Per rispondere quindi alla domanda: da un vertice psicologico-clinico e gruppoanalitico quale intervento si può pensare e attuare? Intendiamo l’intervento psicologico clinico quale “vettore di convivenza” (Montesarchio e Venuleo, 2006), esso può quindi offrire un contributo strategico ai sistemi di convivenza nella misura in cui non si schiacci sulle dimensioni dei “fenomeni” e dell’”operativo” tecnicale, allineato sulle richieste dei sistemi cliente. La teorizzazione di una “mente/gruppo” (Montesarchio e Venuleo, 2011), per la quale l’individuo è punto nodale di reti transpersonali (Foulkes, 1975), orienta ad analizzare le narrazioni del sistema cliente e le simbolizzazioni condivise con i contesti, allo scopo di abdurre le premesse di senso istituenti l’azione produttiva critica. Questo vertice prospettico pone il professionista in una posizione tra mondi e culture, attraverso individuo e sistemi di convivenza, poiché è proprio a livello di premesse che l’individuo ed i contesti si incontrano. È quindi a questo livello che ci interessiamo di setting e mobilità. Attraverso la costruzione di un “setting istituente” (Salvatore e Scotto di Carlo 2005; Montesarchio e Venuleo, 2009), si offre uno spazio-tempo, concreto e mentale, che potenzi l’emergere di un “pensiero nomade” (Deleuze, 2003, in Di Maria, Lavanco e Novara, 1999) di un pensiero cioè capace di generare e governare il divenire, il rapporto con l’alterità, il possibile, capace in sintesi di creare il futuro.
La gruppoanalisi quindi diventa il vertice di osservazione e analisi elettivo rispetto allo studio dei fenomeni relativi all’incontro tra culture e dei “grandi gruppi etnici” che ormai si incontrano in una dimensione globale. La convivenza è crocevia tra la dimensione soggettiva e plurale; è quella variabile climatica che attraversa i nodi delle reti sociali e da essa viene influenzata. Di Maria (2017) propone di vedere la psicologia come la scienza della convivenza consapevole e progettuale, della competenza a convivere, ciò significa che la psicologia può acquisire strumenti e concetti capaci di contribuire ai cambiamenti politici di una comunità e non solo ad interpretarla. Attraverso il vertice gruppale è possibile compiere il transito dall’interpretazione alla trasformazione perché i gruppi non sono realtà statiche, ma esprimono un progetto, un modo di stare insieme e pongono una complessità di domande, tra cui cosa sia il Noi. Allora la convivenza, come capacità di conoscere e trattare la differenza, di rintracciare negli altri le risorse di cui sono portatori, diviene l’obiettivo a cui tendere da parte della psicologia-clinica. La convivenza multiculturale etnica è un processo in costruzione, un progetto di riconoscimento delle differenze che mediante narrazioni negoziate possa valorizzare il conflitto che traduce la differenza in qualcosa di gestibile se si trasforma in una trama; nella convivenza multietnica le differenze possono essere attraversate, tradotte in segni, simbolizzazioni, e metabolizzate in relazioni sociali che consentono di confrontarsi con lo straniero, in una matrice di significati che strutturano la rappresentazione di sé e dell’altro (Novara, Lavanco, 2012).
All’interno della psicologia di comunità le strategie più funzionali sono: lo sviluppo del coinvolgimento e della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e alla vita politica, l’accrescimento del senso di comunità e l’incremento delle reti sociali” (Di Maria, Lavanco, 1999). Infatti lo sviluppo della convivenza è quel percorso che permette di superare la cultura assistenzialista per cui terzi (istituzioni, professionisti, organizzazioni) risolvono i problemi, e giungere alla presa in carico da parte della comunità per la comunità.
Ne consegue che un’ipotesi di sviluppo possibile che si piò proporre è quella di partire “dall’inizio, da principio”: nell’ottica della prevenzione e formazione, promuovere progetti di intervento psicosociale nelle scuole, con i bambini per educare alla stranierità, all’altro, alla convivenza, alla risoluzione dei conflitti, al senso di comunità e alla responsabilità collettiva che ognuno di noi può esercitare per il bene sociale.
Conclusioni
Questo articolo si è proposto di inquadrare il fenomeno migratorio da un punto di vista gruppoanalitico. In particolare si è soffermato sulla nascita, lo sviluppo e le conseguenze del costrutto dell’identità durante la migrazione. Il vertice di osservazione gruppoanalitico ha permesso di mettere in luce il mondo interno dell’individuo e quello esterno in cui egli vive. Il sociale è visto come intersecato a più livelli con il campo mentale individuale. La teoresi gruppoanalitica infatti, intesa come teoria della mente, della personalità, dell’intersoggettualità e dell’organizzazione psichica del sociale ha evidenziato come la personalità sia connessa alla cultura attraverso i costrutti di matrice, transperosnale, simbolopoiesi ed inconscio sociale. L’identità è concettualizzata come lo snodo tra identità personale e identità d’appartenenza.
Di Maria (2017) con l’approccio della psicologia della convivenza costituisce il “punto di incontro tra la realtà psichica e sociale, in quanto permette di evidenziare le dimensioni sociali degli eventi psichici (stress, ansia, disturbi psicosomatici, ecc.) e di trovare le dimensioni soggettive che entrano negli eventi sociali (allocazione delle risorse, rapporti di potere, povertà, disoccupazione, prevenzione, ecc.)”. La psicologia della convivenza opera a diversi livelli: incontrando le dimensioni interpersonali, ma anche funzionali, politiche, economiche, giuridiche e adottando strategie di intervento multidisciplinari. La psicologia quindi è la scienza della convivenza consapevole e progettuale, della competenza a convivere, ciò significa che la psicologia può acquisire strumenti e concetti capaci di contribuire ai cambiamenti politici di una comunità e non solo ad interpretarla, attraverso la prevenzione e la formazione. Attraverso il vertice gruppale è possibile compiere il transito dall’interpretazione alla trasformazione perché i gruppi non sono realtà statiche, ma esprimono un progetto, un modo di stare insieme. Attraverso l’intervento psicologico-clinico è possibile attivare un processo in costruzione, un progetto di riconoscimento delle differenze che mediante narrazioni negoziate possa valorizzare il conflitto che traduce la differenza in qualcosa di gestibile se si trasforma in una trama; nella convivenza multietnica le differenze possono essere attraversate, tradotte in segni, simbolizzazioni, e metabolizzate in relazioni sociali che consentono di confrontarsi con lo straniero, in una matrice di significati che strutturano la rappresentazione di sé e dell’altro (Novara e Lavanco, 2012).
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L’autrice
Gaia Di Castro: Psicologa clinica ed interculturale, Psicoterapeuta gruppoanalista, Formatrice. Si occupa di interventi clinici rivolti alla persona, alle coppie ed ai gruppi.