

A cura di Antonella Colazzo
Abstract
L’obiettivo del presente contributo è quello di sviluppare una riflessione, a partire da un’esperienza di tirocinio all’interno di un consultorio familiare, su come intessere, in quanto psicoterapeuta gruppoanalista, un ponte tra la teoria e la prassi. Quella che seguirà è una lettura contestuale utilizzando un vertice di lettura gruppale. Ciascun passo ha portato alla maturazione di nuove consapevolezze e alla nascita di nuove realtà. Quello che si vuole evidenziare è il passaggio di crescita virtuosa che si può generare a partire dalla lettura di relazioni sature, grazie all’utilizzo della teoria gruppoanalitica relativamente al funzionamento dei contesti con cui entriamo in relazione e che a nostra volta co-costruiamo. La possibilità che la lettura di un contesto istituzionale saturo possa non essere fine a sé stessa come se fosse una lamentela, ma possa porre le premesse per aprire spazi di pensiero.
Parole chiave: gruppoanalisi, formazione, prassi, inventum, rete, spazi di pensiero.
Il presente articolo si genera a partire da un lavoro di tesi che ha avuto l’obiettivo di rappresentare il percorso formativo e il modo in cui i costrutti della gruppoanalisi mi hanno orientata nel costruire un ponte tra la matrice teorica e l’esperienza pratica. Gli aspetti esperienziali e organizzati secondo il modello gruppoanalitico sono stati molteplici: supervisione clinica e tutoraggio in setting gruppale, gruppi esperienziali della domenica. La palestra di questi anni di formazione aveva l’obiettivo di costruire un ponte tra interno ed esterno, tra la teoria e la pratica. Come il modello mi poteva essere utile nell’orientare il mio lavoro nei contesti che ho potuto conoscere? Come lo studio della teoria gruppoanalitica può costituire una risorsa in più esercitare la professione psicologica? Un altro aspetto esperienziale è costituito dal tirocinio, che se da una parte è un obbligo, dall’altra rappresenta la possibilità di sperimentarsi sul campo. La competenza psicologica attiene alla capacità di saper leggere i contesti e le dinamiche che lo attraversano e lo organizzano. Io ho svolto il mio tirocinio formativo, per tre anni consecutivi, all’interno di un consultorio familiare situato a Galatina, nella provincia di Lecce. Il consultorio familiare viene inquadrato come servizio di prevenzione e, in quanto tale, il suo obiettivo principale è quello di offrire la possibilità a chi vi si rivolge di sviluppare le proprie competenze nella salvaguardia della salute, nella realizzazione di relazioni funzionali, riducendo le situazioni di rischio, di disfunzionamento e di disagio sociale. Lo psicologo del consultorio è chiamato a prestare la propria attività sia in maniera esclusiva, attraverso percorsi di sostegno, consulenza e psicoterapia, che in collaborazione con le altre figure professionali presenti. La funzione psicologica viene esercitata su diversi livelli e rispetto a molteplici interlocutori. Da mandato istitutivo il consultorio si occupa principalmente di salute della donna, di accompagnamento e sostegno per lo sviluppo di una genitorialità responsabile e di adolescenti, con il duplice obiettivo di attivare processi di consapevolezza sul versante prevenzione in tema di educazione all’affettività e sessualità, e informare i giovani circa la presenza del consultorio come servizio e punto di riferimento per loro. L’altro ambito operativo è costituito da coppie e famiglie. Contestualmente le situazioni nelle quali si colloca l’intervento dello psicologo sono quelle di disagio familiare e condizioni di fragilità sociale, spesso associate a situazioni di abuso o violenza assistita per quanto riguarda i minori. Le modalità attraverso cui si arriva all’attenzione del servizio possono essere diverse, ma a grandi linee possiamo rintracciarne due: domanda spontanea o invio da parte del Tribunale ordinario e/o Tribunale dei Minori. L’area nella quale ho potuto svolgere la mia esperienza di tirocinio, presso il CF di Galatina (LE), riguarda la presa in carico di famiglie in condizioni di fragilità sociale nelle quali sono presenti uno o più minori. L’equipe multiprofessionale si compone di psicologi, assistenti sociali e educatrici. Gli psicologi rivestono le funzioni consulenziale e di progettazione dell’intervento, funzioni che si definiscono in maniera interdipendente rispetto a quelle ricoperte da assistenti sociali e educatori, che invece sono implicati in una dimensione più operativa e diretta rispetto ai contatti che prendono con le famiglie (visite domiciliari, assistenza educativa domiciliare). Dunque, al momento della presa in carico, segue un momento di progettazione negoziata tra i servizi e la famiglia e una successiva attivazione dei dispositivi che si ritengono più utili per ogni caso. Periodicamente si svolgono incontri di equipe multidisciplinare e incontri con la famiglia, con l’obiettivo di confrontarsi, monitorare il percorso ed eventualmente ridefinire modalità, tempi e dispositivi da attivare. Il servizio appare organizzare il proprio operato in maniera funzionale e basata sullo scambio, la questione che però ha colto la mia attenzione nel passare degli anni è anche un’altra: la dinamica che organizza la relazione tra domanda e offerta del servizio è strutturata sull’urgenza e l’assistenzialismo. La stragrande maggioranza delle prese in carico avviene per invio dei tribunali e le domande che giungono in maniera spontanea, difficilmente vengono raccolte. Questo tipo di funzionamento sembra aver saturato, nel senso gruppoanalitico del termine, la possibilità di movimento all’interno di questo servizio e di ripensamento nella modalità di offerta. Il servizio di consulenza e psicoterapia che lo psicologo offre come forma di accoglienza di una domanda spontanea proveniente dal territorio, da parte di chi non arriva all’attenzione delle autorità giudiziarie, che fine ha fatto? Il disagio e la fragilità sociale e psicologica o rispecchiano una situazione di urgenza altrimenti non hanno spazio di accoglimento. Quello che parzialmente si riesce a fare viene erogato da parte dei tirocinanti psicoterapeuti in formazione che ogni sei mesi transitano nei servizi previsti dall’offerta pubblica. Il tirocinio sembra essere diventato una collusione col sistema aziendale sanitario, tappa i buchi e mette sotto il tappeto tutto ciò che non va, purché si faccia finta che vada tutto bene. Il cambiamento e l’incertezza potrebbero generare un movimento di rinnovamento, ma la risposta a questa possibilità è di chiusura e mantenimento dello stato delle cose attuali, la risposta alla possibilità di cambiamento è la paura. Questo movimento può essere spiegato ricorrendo al concetto di istituzione come difesa dalle ansie collettive. Questo concetto risale agli studi di Bion sulle funzioni difensive dell’esercito e della chiesa, che egli riteneva incaricate di gestire per conto della società angosce persecutorie o rispettivamente depressive legate al fantasma collettivo del nemico esterno (l’assunto di base Attacco/Fuga) o dell’interna insicurezza e vulnerabilità (l’assunto di base di Dipendenza) (Bion, 1961). Sulla scia delle ricerche bioniane alcuni studiosi del Tavistock Institute – in particolare Elliott Jaques e Isabel Menzies – hanno elaborato una concezione organica delle angosce collettive, dove campeggia il ruolo dell’istituzione come «sistema di difesa sociale» nei confronti di specifiche «ansie sociali» (Jaques, 1955; Menzies, 1961). Si potrebbe avanzare l’ipotesi che il gruppo operante all’interno dell’organizzazione si configuri sia operativamente che emotivamente per svolgere nello stesso tempo due compiti diversi: uno è quello assegnato più o meno esplicitamente dall’istituzione (e dal mandato sociale che la legittima), l’altro è dettato dai bisogni emotivi del gruppo nel suo insieme, da quelli dei singoli membri e da quelli che il contesto sociale esterno proietta sul gruppo, bisogni che nel loro complesso istituiscono una sorta di «agenda segreta» nascosta dietro alla mission dichiarata. In termini bioniani, potremmo dire che ogni gruppo si attrezza per funzionare in oscillazione tra lo stato mentale del «gruppo di lavoro» e quello dell’assunto di base congruente con le percezioni e le fantasie condivise (Bion, 1961). Leggere queste dinamiche è stato per me utile alla luce delle due disposizioni spiegate da Napolitani (1987) attraverso i termini Idem e Autòs. L’autore introduce queste definizioni per spiegare cosa succede durante i processi di formazione dell’identità nell’individuo. Se da una parte l’essere umano può essere considerato assoggettato al proprio gruppo di appartenenza e tende a replicare i propri codici, dall’altra opera in lui un’attitudine espressiva: la predisposizione a una conoscenza trasformativa del mondo che lo spinge a liberarsi dei vincoli della cultura istituita, e in particolare dei vincoli dell’istituzione familiare. Il movimento è il medesimo all’interno di questo contesto e oscilla tra cultura istituita che fonda le dinamiche che lo organizzano e la possibilità di rinegoziare e ripensare il modo in cui ci si relazione rispetto al territorio. La prevalenza di una delle due disposizioni determina la qualità dello spazio di quel contesto, che, come ha affermato Foulkes (1975), può configurarsi come saturo o insaturo. All’interno di uno spazio saturo ciò che lo caratterizza viene reiterato costantemente, senza possibilità di ipotizzare nuovi obiettivi di possibili sviluppi, mentre, nello spazio insaturo è possibile realizzare quello che in gruppoanalisi descrive il funzionamento del livello politico-ambientale, ossia la possibilità del singolo di interagire efficacemente nella costruzione e trasformazione della propria comunità, all’interno della quale soggetti diversi pensano e realizzano trasformazioni dello stato di cose presenti. La presente lettura però rischia di essere sterile nella misura in cui il mio ruolo è quello di tirocinante psicoterapeuta con un potere di contrattazione praticamente nullo all’interno del contesto che ho esperito. Ma assume un valore diverso se considerata come la necessaria premessa per orientarsi nella costruzione di spazi insaturi e rivolti alla possibilità di generare cambiamento e potenziale sviluppo. In che modo questa riflessione poteva orientarmi affinché non fosse una mera critica, ma potesse rappresentare le premesse per aprire uno spazio di pensiero orientato al cambiamento? Questa impasse che mi impediva di pensare al di fuori della dinamica proposta dal servizio è stata superata attraverso il confronto all’interno del setting gruppale di tutoraggio, e quello che mi è stato utile attiene alla teorizzazione gruppoanalitica rispetto al concetto di spazio, che è stato declinato attraverso diverse definizioni a partire da un vertice di lettura gruppale che lo concepisce come un luogo di transiti emozionali, affettivi e cognitivi. Il ponte, in questo caso, è stato reso possibile dall’esistenza dell’associazione di promozione sociale Ariadne, fondata da me e altre colleghe psicologhe dell’ITER, operante sul territorio della provincia Leccese. Un ponte che ha permesso di aprire uno spazio di riflessione e progettazione. La gruppoanalisi, rispetto al concetto di “spazio”, ha proposto diverse definizioni a partire da un vertice di lettura gruppale. Il setting viene concepito come spazio anzi, un luogo altro di simulazione, estremamente reale, in cui si produce il continuo confronto tra l’esperienza storica e personale e quella orizzontale e del gruppo (Carli e Paniccia, 1984). La relazione gruppale rende possibile la costruzione del cosiddetto spazio senza, che rappresenta un momento di tristezza e smarrimento che segna la messa in crisi di quegli aspetti di Sé vissuti come una certezza e, allo stesso tempo, l’apertura all’ignoto, all’inesplorato, al non ancora. Lo spazio senza anticipa lo spazio con, in cui una matrice dinamica comincia a funzionare all’interno del gruppo come strumento di analisi, in seguito all’abbandono della matrice personale. Queste due aree non sono contigue, infatti tra lo spazio di crisi e smarrimento e quello di fondazione si colloca lo spazio infra. Esso porta con sé il doppio valore di transito (fra) e di approfondimento (in), per cui si scandaglia la possibilità di essere altro e si transita verso una relazione con l’altro. Lo spazio infra è lo spazio all’interno del quale si concepisce l’invento, inteso come attraversamento critico dei propri schemi e della coazione a ripetere. Dunque, la proposta gruppoanalitica concepisce gli spazi come dei transiti emozionali, affettivi e cognitivi (Di Maria e Lavanco, 1993). Entrare in relazione col contesto di tirocinio descritto precedentemente, negli anni della formazione gruppoanalitica, mi ha fatto sperimentare l’attraversamento di uno “spazio senza”. Lo smarrimento determinato dal ruolo che ho esercitato come tirocinante è stato poi utile e necessario, ma non immediato. Ho fatto esperienza di uno dei pochi servizi attivi e dinamici presenti sul territorio della provincia Leccese, che è riuscito a costruire una funzionale rete con i servizi sociali dell’ambito di zona nella presa in carico di situazioni familiari in condizioni di fragilità. La notevole quantità di casi, provenienti, nella maggior parte delle volte, da invii giudiziari, ha funzionato come uno stimolo a valorizzare il lavoro d’equipe multiprofessionale, tenendo presente la multifattorialità di sistemi familiari saturi e compromessi. I tirocinanti, all’interno di questo contesto, sono considerati come una vera e propria risorsa con la quale condividere, fin dove possibile, il lavoro, sia nella sua componente pragmatica, dunque, la somministrazione di test e l’osservazione partecipata di riunioni di equipe o convocazioni in tribunale, che, in maniera più complessa, in tutti gli spazi di riflessione e confronto, rivolti alla progettazione e al monitoraggio in itinere di prese in carico già avviate. Nei tre anni di tirocinio non c’è stata la possibilità di sperimentarmi nella presa in carico di una domanda rivolta spontaneamente al servizio. Tale possibilità non ha spazio poiché quotidianamente si è tenuti a rispondere sulle emergenze segnalate direttamente dalle autorità giudiziarie. Il lavoro svolto dagli operatori del consultorio veicola una dimensione di immobilità rispetto alla possibilità di pensare quello spazio e il servizio offerto oltre la logica dell’urgenza. La presente lettura ha generato in me quel senso di smarrimento che è lo “spazio senza”, lo svelamento delle maschere e la realizzazione che, nonostante avessi compiuto una lettura pertinente col modo di funzionare di quel contesto, mi muovevo all’interno di un ruolo, quello della tirocinante, con basso potere contrattuale. Lo “spazio senza” ha rappresentato, nella mia esperienza, il riconoscimento di confini saturi oltre i quali non era possibile pensare aperture. La sensazione di smarrimento che si è generata mi ha permesso di aprire uno spazio mentale di riflessione, di interrogarmi sul senso che questa consapevolezza potesse acquisire. Tale apertura si è confermata e ha trovato spazio in un altro contesto, appartenente al medesimo territorio, che condivido con altre colleghe ITER: un’associazione di promozione sociale. Lo “spazio infra”, secondo la gruppoanalisi, è lo spazio dove si origina e si concepisce l’in-ventum, inteso come attraversamento critico dei sintomi, dei fantasmi, della coazione a ripetere (Di Maria, Formica, 2009). Il mio transito emozionale di questo spazio è stato reso possibile dalla fondazione di un progetto associazionistico, che accomuna me e altre sei colleghe psicologhe dell’ITER. Abbiamo fondato, a settembre 2020, un’associazione di promozione sociale, senza scopo di lucro, che persegue finalità di promozione del benessere psicologico, il suo nome è ARIADNE. La motivazione che ha posto le premesse per la fondazione è stato il desiderio condiviso di costruire nuovi spazi di pensiero e possibilità nel territorio Pugliese, in particolare, al momento, la nostra attenzione è rivolta al territorio della provincia di Lecce. Nello nostro statuto abbiamo cercato di definire gli ambiti di competenza nella maniera più ampia possibile, nel tentativo di slegare la funzione psicologica dallo stigma che prevede una asfittica associazione tra l’immagine dello psicologo e la necessaria presenza di un “problema” che ne legittimi la presenza. L’occasione di sperimentarci come associazione, nella costruzione di un ponte tra quello che immaginavamo di fare e quello che potevamo realizzare, ci ha dato la possibilità di rendere narrabili i limiti non considerati, di progettare e ri-pensare la nostra presenza sul territorio. Lo spazio associativo ha avuto la funzione di quello che viene definito spazio Infra, permettendo di aprire la strada a un “In-ventum” in grado di tener presente sia le matrici nelle quali ci muoviamo che la capacità di costruire una relazione creativa, insatura e generativa di cambiamento. A dicembre 2020 veniamo contattate dal vicesindaco del comune del paese dove ha sede la nostra associazione, Aradeo (LE). Il contatto avviene per mezzo di una collega residente del posto. La nostra committente ci comunica che vorrebbe investire dei fondi stanziati per progetti rivolti alla popolazione nella gestione dell’emergenza pandemica da Covid-19. Al primo contatto segue una fase di negoziazione in cui è coinvolta Ariadne, la vicesindaca e il responsabile dei servizi sociali del comune. Questo incontro fa emergere diversi elementi: la rilevazione da parte dei servizi di una domanda proveniente dal territorio e la scarsa presenza di servizi che offrano la possibilità di una presa in carico. Il comune col quale si avvia tale progetto, inoltre, fa parte dell’Ambito di zona per i servizi sociali all’interno del quale io spesso sono presente come tirocinante, essendo tale servizio in stretta collaborazione con il consultorio familiare. Quello che emerge da diversi scambi con assistenti sociali e psicologa dell’ambito è in linea con quanto osservato all’interno del consultorio familiare, l’entusiasmo dimostrato per l’iniziativa promossa ha lasciato presto spazio all’impossibilità di fare realmente rete per penuria di psicologi, sovraccarico dovuto alla necessità di rispondere sul piano emergenziale e assistenziale e impossibilità di pensare la creazione di nuovi spazi. Dunque, il progetto dello sportello risulta deficitario nella possibilità di fare rete, poiché i servizi presenti sul territorio, sono pochi, saturi e sovraccarichi. L’offerta dello sportello vede la possibilità di effettuare tre colloqui di ascolto gratuiti, sia in presenza, presso una stanza del comune messa a nostra disposizione, che telefonicamente, attraverso un numero predisposto. L’organizzazione del servizio è risultata abbastanza funzionale, molto meno la nostra presa di coscienza rispetto al fatto che dopo tre colloqui non ci fosse una rete territoriale in grade di accogliere possibili invii. Dove si colloca il nostro margine di movimento? Ipotizziamo che la nostra possibilità, come associazione operante sul territorio per promuovere salute psicologica, sia di costruire una relazione di scambio e di creare uno spazio insaturo che permetta di relazionarci col territorio creando un dialogo e offrire un servizio che vada oltre l’emergenziale e problematico, tentando di uscire anche dalla logica che per andare dallo psicologo ci sia bisogno di un problema. Il tentativo arduo da compiere è quello di uscire da questa collusione e assumere una postura di negoziazione, progettuale e creativa, altrimenti il rischio è quello di diventare un ingranaggio nella reiterazione della collusione istituzionale. Riflettere su queste possibili aperture ci ha permesso di confrontarci con un altro limite, un elemento con il quale il nostro territorio tende a fondare qualsiasi relazione, anche quelle professionali, ossia l’informalità. Le telefonate della vicesindaca, quelle della psicologa e degli assistenti sociali, quelle della preside di una scuola, sono state tutte dimensioni relazionali che ci hanno fatto scontrare con il piano di realtà. Tenere presente il piano di realtà significa che, pur avendo un modello e una metodologia secondo i quali si vorrebbe lavorare, questi devono fare i conti con il modo in cui funziona un determinato contesto e quindi anche di chi quel contesto lo costruisce e vi partecipa. Questa rappresenta una modalità basilare e fondamentale per uno psicologo clinico di entrare in relazione con un contesto, ossia attraverso l’esplorazione. Riflettere su queste dimensioni ci ha permesso di intercettare nelle caratteristiche del nostro territorio quelle che potrebbero diventare le nostre risorse. L’informalità nella quale siamo anche noi immerse rappresenta il nostro ponte con l’esterno, lavorare attraverso di essa potrebbe essere, verosimilmente, una strada utile per costruire una committenza sana per incentivare la costruzione di una rete sul territorio. Un’altra apertura si potrebbe generare facendo rete con altri professionisti con i quali condividiamo moltissimi contesti lavorativi, come educatori e assistenti sociali, psichiatri e tecnici della riabilitazione psichiatrica, insegnanti ordinari e di sostegno. La prospettiva del nostro modello ci sostiene nella costruzione di una rete integrata che rappresenti il terreno fertile per generare possibilità di sviluppo. La possibilità che noi psicologi abbiamo, come professionisti, è di: aprire e non chiudere. Perché aprire e non chiudere rappresenta la conditio sine qua non attraverso cui lo psicologo può in maniera utile approcciarsi allo studio, alla formazione esperienziale e all’esercizio della professione. Quello che il presente lavoro ha voluto evidenziare è il passaggio di crescita virtuosa che si può generare a partire dalla lettura di relazioni sature, grazie all’utilizzo di un vertice di lettura gruppale di visione del funzionamento dei contesti con cui entriamo in relazione e che a nostra volta co-costruiamo. La possibilità che la lettura di un contesto istituzionale saturo possa non essere fine a sé stessa come se fosse una lamentela, ma possa porre le premesse per aprire spazi di pensiero. Aprire e non chiudere.
Questo articolo considera il tema della formazione nelle organizzazioni da un vertice gruppoanlitico che consente di proporre riflessioni sul costrutto stesso e sulla funzione psicologica in questo ambito, in modo da poter aprire un dibattito all’interno della comunità professionale.
Attraverso un processo circolare, il lavoro è stato impostato fornendo in primis le coordinate per collocare le organizzazioni all’interno di un modello teorico di riferimento per poi esporre la tesi della formazione generativa. Conseguentemente, la scelta è stata quella di analizzare quei costrutti che supportano l’argomentazione esposta e ne incarnano gli elementi costitutivi fondamentali.
Ogni momento storico è caratterizzato da profondi mutamenti socioculturali che inevitabilmente investono e trasformano le organizzazioni, e nella pratica clinica non si era mai più di tanto pensato al valore del gruppo nel proporre interventi di formazione per far fronte ai cambiamenti che attraversano la nostra società. È, invece, interesse di questo lavoro attribuire al gruppo il suo ruolo fondamentale all’interno dei percorsi formativi, mettendone in luce risorse e potenzialità.
Infatti, prendendo in prestito le parole di Levy (Marzella, 2004) “la maggior parte delle competenze acquisite da una persona all’inizio del suo iter professionale saranno obsolete alla fine della sua carriera. Lavorare equivale sempre di più ad apprendere, trasmettere sapere e produrre conoscenze. Il sapere-flusso, il lavoro-transazione di conoscenza contribuiscono a modificare profondamente i dati del problema dell’educazione e della formazione”.
Le organizzazioni vengono considerate, in un’ottica psicologico clinica, nella loro bidimensionalità: quella organizzativa, rappresentata dalla parte visibile, connessa alla progettualità, alla divisione dei compiti, al mondo della razionalità, ecc.. che si fonda sul consenso; e quella istituzionale che rappresenta le finalità, la parte invisibile, connessa ai desideri, agli affetti, all’identità, al riconoscimento e all’irrazionalità (Montesarchio e Venuleo, 2002). Detto ciò è imprescindibile considerare da un punto di vista gruppoanalitico ogni struttura all’interno del contesto nel quale è inserita, analizzando “quel complesso di circostanze o fatti che costituiscono e caratterizzano una determinata situazione, nella quale un singolo avvenimento si colloca o deve essere ricondotto per poterlo intendere, valutare o giustificare”. In altre parole il focus è orientato all’insieme delle relazioni e della loro struttura organizzata, entro cui ciascun individuo vive la propria esperienza” (Carli, 1993).
In questo scenario i processi di orientamento e formazione assumono una funzione sempre più importante e portano gli psicologi a confrontarsi con nuove necessità e con diverse domande professionali.
BIBLIOGRAFIA
Bion, W.R. (1961), Esperienze nei gruppi e altri saggi. Tr. it. Armando, Roma 1991.
Carli, R., Paniccia, R.M. (1984), “Per una teoria del cambiamento sociale: Lo spazio anzi”, in G. Lo Verso e G. Venza (a cura di), Cultura e tecniche di gruppo nel lavoro clinico e sociale, Roma, Bulzoni.
Di Maria, F., Lavanco, G. (1993) (a cura di), Al di là dell’individuo. Ila Palma, Palermo.
Foulkes, S.H. (1975), La psicoterapia gruppoanalitica. Metodo e principi. Tr. It. Astrolabio, Roma, 1976.
Jacques E., (1955) ” Sistemi sociali come difesa contro l’ansia persecutoria e depressiva”, in Nuove vie della psicoanalisi,1966, Il Saggiatore
Menzies I.E.P., (1960) “I sistemi sociali come difesa dall’ansia. Studio sul servizio infermieristico di un ospedale”, in Psicoterapia e Scienze Umane, 1973
Napolitani, D. (1987), Individualità e gruppalità. Boringhieri, Torino.
L’autrice
Antonella Colazzo: Psicologa clinica e psicoterapeuta gruppoanalista. Attualmente si occupa di progettazione sociale, interventi clinici con gruppi e supporto psico-sociale rivolto agli adolescenti.