
A cura di Clarissa Marrazzo
Abstract
Viviamo immersi e quotidianamente contribuiamo a costruire la complessità. Lo spazio per eccellenza dove la complessità si manifesta è la polis, spazio di convivenza in cui la comunità tutta è soggetto politico in grado di rintracciare risorse e bisogni del proprio territorio, diventando essa stessa potenzialità generativa di proposte e risposte. Il presente lavoro ha l’obiettivo di esplorare il topos territoriale del contesto pugliese, per comprendere come, da politiche pensate a livello centrale, sia possibile dare avvio ad un processo di Sviluppo Locale. L’impianto teorico di riferimento è costituito dai costrutti della gruppoanalisi soggettuale, in particolare dal livello politico-sociale del transpersonale e dal pensiero politico elaborato dal filone palermitano. Questi presupposti teorici sono la lente con cui è stata letta ed esplorata, attraverso una ricerca, la possibilità che l’allora proposta di legge sullo Psicologo di Base, divenuta nel frattempo realtà nella regione Puglia (legge n. 11 del 15 giugno 2023) possa essere sfruttata nel contesto pugliese per co-costruire con le istituzioni e gli enti territoriali del terzo settore un modello di intervento e di promozione dello sviluppo di comunità.
Parole chiave: comunità, sviluppo locale, transpersonale, psicologo di base.
Il filone gruppoanalitico palermitano, dagli inizi degli anni ’90, si è interessato allo studio del pensare e dell’agire politico all’interno della polis. La politica infatti viene considerata il prodotto, relazionalmente condiviso, di processi fondativi che investono le istituzioni nei diversi momenti storico-culturali. Ciò significa che la natura della politica è culturale e intenzionata dalle dimensioni psico-antropologiche che caratterizzano luoghi e persone (Coppola, Giorgi, Lo Verso, 2009). Di Maria (1991) e Fiore (1994) hanno suggerito di leggere la fenomenologia politica come realizzazione di un processo transpersonale, in quanto la politica è interna e al tempo stesso esterna alle persone. La psicologia per la politica nasce con lo scopo non di spiegare i fenomeni sociali, così come fanno le altre scienze, ma di ricercare le relazioni e il significato del sociale. La comunità non è dunque un oggetto da studiare, ma un soggetto attivo immerso in un campo simbolico e relazionale, che realizza uno dei processi del transpersonale (Lo Verso, Giannone, 1999). Il contributo della psicologia alla politica sta nel muovere nel polites un agire riflessivo e partecipativo, che porti allo scambio relazionale. Obiettivo ultimo della psicologia per la politica è costruire spazi di convivenza basati sull’etica del benessere sociale (Di Maria, 2002).
Colui che ha dato avvio al superamento della dicotomia tra interno ed esterno, aprendo la strada al paradigma della complessità e della gruppoanalisi è stato Foulkes (1985), che definì il transpersonale come l’interazione complessa tra i processi psichici che penetrano ciascun individuo (il punto nodale) all’interno di una rete (la matrice). Foulkes (1973) propone quindi l’immagine del gruppo come una rete, in cui gli individui rappresentano i punti nodali. Quando il gruppo inizia a stabilire rapporti intimi, si sviluppa una matrice relazionale all’interno della quale hanno luogo tutti i processi, in cui quelli mentali individuali di ognuno si incontrano, comunicano e interagiscono. La vita mentale dell’individuo quindi altro non è che l’insieme delle relazioni transpersonali, di quei processi di interazione tra un certo numero di persone, cui ci riferiamo comunemente con il termine gruppo. Sicuramente la prima forma di socialità e relazionalità è rappresentata dalla famiglia d’origine, rete primaria in cui prende forma la personalità dell’individuo, che agisce sia su un asse orizzontale del qui ed ora degli scambi comunicativi, sia su un asse verticale che riguarda i rapporti del bambino con i genitori, di questi con i loro antenati e così a ritroso. La famiglia è considerata, nelle teorizzazioni di Pontalti e Menarini (1985), come ambiente psicologico e matrice di pensiero, topos della soggettività, in quanto la personalità individuale si costruisce all’interno di matrici transpersonali che attraversano i singoli soggetti, connettendoli alle dimensioni collettive. Il concetto di transpersonale è teorizzato da Lo Verso (1994,1998) come il dato costitutivo della nascita psichica e della personalità umana, caratterizzato da diversi livelli multipersonali, considerati come piani trasversali che ci permettono di concepire l’individuo, portatore di una certa caratterizzazione biologico-genetica, con la sua particolare configurazione di personalità frutto della storia transgenerazionale della sua famiglia, a sua volta manifestazione della particolare cultura antropologica di appartenenza, fatta da istituzioni, ruoli, gerarchie e funzioni, che si esplicano all’interno delle trasformazioni socio-comunicative del mondo attuale.
Per la gruppoanalisi soggettuale, la politica è un’espressione del transpersonale e rappresenta il complesso prodotto delle menti umane in un dato contesto. Punto nodale del rapporto tra soggetto e politica, è la famiglia perché, attraverso quest’ultima, l’individuo si connette alla storia collettiva, condividendola e alimentandola con il suo mentale specifico (Ferraro, Lo Verso, 2007). Nel momento in cui l’individuo trasferisce all’esterno, attraverso il suo fare, gli accadimenti psichici interni, manifesta il fare politico, inteso dunque come processo simbolico trasformativo (Lo Verso, Coppola, Giorgi, 2009). L’esistenza della politica dipende dunque dalla possibilità umana di esercitare la funzione mentale dell’immaginazione, che altro non è che una dinamica incessante tra vecchio e nuovo, tra conservazione e trasformazione. Questa dinamica è esplicabile dalla dialettica tra Idem e Autos teorizzata da Napolitani (1987). La possibilità di sperimentare nuovi spazi di pensiero dipende dal grado di saturazione della matrice familiare. Se essa è satura, non permette all’individuo di pensarsi e di pensare una realtà diversa da com’è, in una circolarità paralizzante che porta alla psicopatologia. Se da un lato l’essere umano nasce all’interno del proprio gruppo di appartenenza, che lo istituisce e all’interno del quale tende a replicare i medesimi codici di significazione (Idem), dall’altro lato l’uomo ha una predisposizione alla conoscenza trasformativa del mondo (Autos), che lo spinge ad andare oltre i vincoli della cultura istituita. L’attivazione del processo creativo e immaginativo parte con lo svincolarsi dalle proprie matrici familiari, cosa affatto semplice perché rappresenta una rottura all’interno del processo di costruzione della propria identità. L’idem interiorizza la matrice familiare di appartenenza fatta di intenzionamenti, comportamenti e valori, l’Autos è la reinterpretazione di questi dati affettivi e transgenerazionali in unità simboliche personali (Ferraro, Lo Verso, 2007). Il processo di risignificazione e risimbolizzazione attivato dall’Autos viene definito simbolopoiesi[1]. All’interno di questo processo l’uomo non soltanto reinventa il mondo e i nessi tra le cose, ma si trova lui stesso riconcepito in esso. L’immaginario politico porta con sé la necessità di rompere i vincoli delle matrici sature, di attraversarle e trasgredirle, per mettere in atto, attraverso l’agire politico, un sogno da realizzare, legando la politica alla dimensione temporale del futuro.
2.1 Politica assistenzialistica Vs soggettività politica
La storia politica e sociale della nostra nazione è stata caratterizzata da un lungo periodo di frammentazione e dominazioni straniere. Tale frammentazione si è tramandata sotto forma di memoria inconscia collettiva come percezione di un sociale caratterizzato da attesa e pericolosa mutevolezza, che ha portato a considerare la famiglia come unica istituzione in grado di fornire protezione (Fiore, 1998). La famiglia, nello specifico della cultura materna, fornisce protezione in cambio di dipendenza, chiudendo a possibilità relazionali altre e impedendo lo sviluppo di un pensiero soggettivo. Questa matrice si presenta in maniera riflessa sul versante politico-sociale: il Noi sociale viene ricondotto al Noi famiglia e ciò porta a significare le istituzioni pubbliche come strumento per soddisfare bisogni personali e familiari, da qui lo sviluppo della politica assistenzialistica in cui siamo immersi e ogni giorno contribuiamo a perpetuare. La politica viene interpretata come richiesta/offerta di protezione, di cura, in assenza di responsabilità soggettiva, togliendo ai cittadini la possibilità di essere agenti primari e costruttori di risposte, piuttosto che essere soltanto portatori di domande. L’assistenzialismo si traduce in un modo di fare politico diretto a ricercare l’unità nelle scelte e nelle valutazioni attraverso lo scambio di favori, il collusivismo, la delegittimazione, l’ammonimento della concorrenza, al fine di ridurre ed eliminare il pluralismo (Coppola, Lo Verso, 2009). Solo se le matrici familiari non sono totalmente sature, sarà possibile dare avvio al processo di attraversamento e sviluppo dal Noi famiglia al Noi sociale, al passaggio alla cultura collettiva. Dal punto di vista psicodinamico la vera minaccia per l’essere umano è la distruzione della sua soggettività, che nell’arco della storia, è coincisa con momenti di eccesso di consenso quali fascismo, nazismo, dittatura comunista e fondamentalismi religiosi. In conclusione, è possibile affermare che tutta la politica si gioca sulla dinamica tra riconoscimento della soggettività e della potenzialità trasformativa e quanto a questo si oppone (Di Maria, 2000).
2.2 Sviluppo locale
Il luogo di questa dinamica e dialettica tra conservazione e trasformazione della politica è la polis e ciò che può fare la psicologia politica per promuovere lo sviluppo locale è mettere a disposizione la competenza gruppale, allargando gli ambiti di applicazione, affinché le comunità locali siano in grado di autogovernarsi e prendersi cura dei loro spazi relazionali. Tale prassi può avere avvio se le comunità locali sono soggetto attivo che partecipa al cambiamento, rispetto al quale lo psicologo può configurarsi come “tessitore di relazioni” che opera politicamente in vista della convivenza (Di Maria, 2005). In questa cornice, può essere inquadrato il paradigma dello sviluppo locale (Lo Verso, Coppola, Giorgi, 2009), il cui focus riguarda le specificità topografiche[2], ossia valori, consuetudini, norme condivise, caratteristiche ambientali, istituzioni e organizzazioni che compongono la comunità, fattori socio-culturali ed economici, fondamentali per la riuscita di un programma di sviluppo locale (Storper, 1997). Per proporre un modello di sviluppo locale, è preliminare conoscere e comprendere il territorio di riferimento, le sue risorse e le criticità, che non riguardano solo dati fattuali ma soprattutto la simbolizzazione di questi da parte di chi lo abita. Rendere esplicite le caratteristiche del topos permette di mettere in crisi le consuetudini tramandate, fondamentali non solo per conservarne l’identità, ma nello stesso tempo anche per ri-scoprirla, identificando il punto di partenza per implementare programmi di sviluppo. In sostanza lo sviluppo locale, che presuppone l’abitare il luogo, agendovi fisicamente e psichicamente, è la concreta realizzazione delle spinte evolutive all’interno di programmi di convivenza psico-socio-economica del territorio (Coppola, Lo Verso, 2009).
Per creare i presupposti che portino alla costruzione di un progetto di sviluppo locale nel contesto di appartenenza pugliese, ho interrogato il sistema di welfare territoriale, inscritto all’interno delle politiche sociali nazionali e sovranazionali dell’Agenda 2030. La regione Puglia ha pubblicato il V piano regionale per le politiche sociali nel luglio 2022, basandolo sui principi di sussidiarietà, cooperazione, responsabilità condivisa, attraverso un percorso di ascolto, interrogazione e partecipazione che ha coinvolto gli stakeholders del sociale. Le aree strategiche individuate vanno dalle politiche familiari e tutela dei minori alla promozione dell’inclusione sociale, presa in carico della non autosufficienza e il contrasto della povertà, al contrasto di tutte le forme di maltrattamento e violenza, all’invecchiamento attivo. Sebbene si parli, all’interno del suddetto Piano, di promozione del benessere di comunità attraverso una presa in carico complessa e multi-dimensionale, appare poco chiaro il ruolo affidato alla competenza psicologica, di fondamentale utilità nella progettazione e coordinamento di interventi di comunità, a differenza di quello affidato alle altre professionalità, come ad esempio gli assistenti sociali.
Con il pdl n. 438 del 09/03/22 il Consiglio Regionale di Puglia ha avanzato la proposta per l’istituzione del servizio di Psicologia di base, che in 9 articoli presenta il servizio, le finalità, i compiti dello psicologo, chiamato ad intercettare la domanda e fare da ponte con i servizi territoriali di presa in carico psicologica. La proposta è diventata legge il 15 giugno del 2023 (legge n. 11: Disposizioni in materia di istituzione del servizio di psicologia di base: https://psicologipuglia.it/notizie/r/legge-regionale-15-giugno-2023-n-11-disposizioni-in-materia-di-istituzione-del-servizio-di-psicologia-di-base/). Si tratterà ora di esprimere una vision sugli obiettivi specifici e le modalità con cui lo psicologo di base potrà operare.
La legge potrebbe rappresentare un momento di svolta nella cultura locale sotto vari punti di vista. Innanzitutto, potrebbe portare ad un cambio di paradigma culturale rispetto alla professione psicologica, che si muove nella promozione del benessere, inteso come complessità multi-dimensionale. Questo garantirebbe alla persona che si reca dal medico curante, un modello di presa in carico integrata, dove l’ascolto psicologico sia qualcosa previsto per tutti e non per una categoria particolare di persone. Compito dello psicologo non è solo quello di intercettare e intervenire sui bisogni, ma co-costruire con gli enti locali una rete di servizi e professionalità.
La legge prevede che sia il medico di base o il pediatra di libera scelta a effettuare l’invio allo psicologo. Sperimentazioni precedenti avevano previsto la copresenza medico-psicologo per almeno due turni settimanali, in un’ottica di presa in carico integrata. Attraverso un avviso affisso in sala d’attesa, i pazienti dello studio medico venivano informati che in quei determinati giorni e fasce orarie ci sarebbe stata la copresenza di medico e psicologo. In Italia la sperimentazione è partita dal 2000 con l’esperienza romana del prof. Solano (Solano, 2011) e anche in provincia di Lecce, è stata portata avanti per 18 mesi. Le sperimentazioni hanno testimoniato la grande risorsa in termini costi-benefici del servizio, soprattutto nella possibilità di creare un team multiprofessionale il cui focus è la complessità della persona nelle dimensioni bio-psico-sociali e relazionali. I limiti invece riguardavano sia la durata circoscritta del progetto, sia il numero esiguo di psicologi di base rispetto al numero di abitanti. È stato inoltre evidenziato il rischio per lo psicologo di colludere con la dinamica dell’urgenza tipica del sistema assistenzialistico del nostro welfare, quindi di rimanere sulla richiesta di eliminare il sintomo, delegando allo specialista la responsabilità.
Presupposto imprescindibile, ma nello stesso tempo anche obiettivo del Servizio di Psicologia di base secondo il pdl, era la creazione di una rete territoriale di enti e servizi pubblici e del Terzo settore, sia sanitari che sociali e comunitari. Tale proposta trova riscontro nell’attuale formulazione della legge n. 11 del 15 giugno 2023, nello specifico dell’art. 2, che cita quanto segue: “…la sua [dello Psicologo di base] azione è vicina alle realtà di vita degli utenti, alle famiglie e alla comunità, fornisce un primo livello di assistenza psicologica, di qualità, accessibile, efficace, conveniente e integrato con gli altri servizi sanitari. Lo Psicologo di base assicura una rapida presa in carico del paziente”. Con il riferimento alle funzioni di supporto ai medici di base, ai pediatri di libera scelta, alle case della salute e di comunità, la legge disegna anche un territorio di azione ampio, che si estende dall’individuo agli attori implicati nella presa in carico.
Questa legge testimonia una spinta ad intraprendere un cambiamento politico, sociale e culturale, che però dipenderà molto dal significato che noi psicologi attribuiremo e costruiremo rispetto a questo nuovo servizio e dalle risorse che siamo disposti a mettere in campo nella creazione di una rete di stakeholder e di servizi utili e necessari affinché questo progetto raggiunga gli obiettivi prefissati.
3.1 Una ricerca esplorativa
Gli psicologi sono pronti ad investire le proprie competenze nel servizio di Psicologia di Base e farsi promotori di questo cambiamento?
Lo studio qui presentato ha inteso comprendere le rappresentazioni e le simbolizzazioni di coloro che quotidianamente realizzeranno le attività del servizio di Psicologia di base, ossia gli psicologi. Il target della ricerca sono dunque gli psicologi che vivono e praticano la loro professione nel territorio pugliese. Si è ritenuto fondamentale quindi indagare la rappresentazione che gli psicologi pugliesi hanno rispetto al proprio ruolo sociale, professionale e politico all’interno della propria comunità di appartenenza. Per raggiungere questo obiettivo è stato costruito un questionario online di 24 domande, su piattaforma Google forms, distribuito sui canali social a cui affluiscono gli psicologi pugliesi, attraverso invio diretto del link a colleghi conoscenti e il passaparola. Dallo studio dei risultati, è emerso che il campione raccolto è interessato al nuovo ruolo dello Psicologo di base e ha un’aspettativa del futuro ideale positiva sia rispetto alla propria vita che rispetto alla professione. Questa aspettativa si scontra però con i dati di realtà, ossia con un senso di sfiducia nei confronti dell’istituzione che ci rappresenta, l’Ordine professionale degli Psicologi della Puglia e più in generale, della politica. Il campione ritiene fondamentale lavorare attraverso una rete di enti, servizi e istituzioni che condividano e costruiscano interventi volti alla promozione del benessere comunitario. È significativo, però, che a partecipare alla ricerca, sia stato un numero esiguo di psicologi (22), contraddicendo, nei fatti, quanto emerso dalle risposte del questionario.
Sebbene la ricerca abbia avuto solo obiettivi esplorativi, questi risultati possono essere considerati un punto dal quale partire per strutturare un intervento contestuale e comunitario più profondo che parta proprio dal ruolo che noi psicologi pugliesi giochiamo all’interno delle politiche regionali. È fondamentale per noi psicologi riconoscerlo e prenderne consapevolezza, perché soltanto iniziando a proporci come attori attivi delle politiche, possiamo apportare le nostre competenze dall’interno e co-costruire una nuova rete decisionale.
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L’autrice
Clarissa Marrazzo: Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento gruppoanalitico. Si occupa di interventi clinici e psicoterapeutici rivolti alla persona, alla coppia e al gruppo. Lavora come consulente esterna e supervisore di progetti Sai, rivolti ad adulti e minori stranieri non accompagnati, per una cooperativa sociale. Socia fondatrice e Presidente dell’Associazione di promozione sociale Ariadne, di cui coordina il progetto “SottoSopra. Generazioni verso l’autonomia” finanziato dal bando Puglia Capitale Sociale 3.0, rivolto ad adolescenti e famiglie a rischio di disagio psico-sociale.
[1] Dal greco poieo “fare” e synballo “simbolo, nesso”, il processo simbolopoietico consiste nel mettere insieme le cose, nel creare in maniera creativa e autonoma quel nesso tra le cose, tra gli eventi, che ci consente di cambiare.
[2] Il termine deriva dal greco “topos” che significa luogo comune. Con esso si intende uno schema narrativo indefinitamente riutilizzabile. Consiste nel mettere in comune un senso e fare in modo che questo sia comune, partecipato. La parola, che nasce come elemento meramente narrativo e letterario, assume varie declinazioni all’interno della comunicazione. Utilizzandola in chiave gruppoanalitica è possibile considerare il territorio come quello spazio mentale condiviso in cui gli abitanti si tramandano significati e modi di fare comuni e ne co-costruiscono di nuovi in maniera partecipata.