

A cura di Azzurra Giaimis
Abstract
A partire dal costrutto di psicologia della convivenza (Di Maria, F., 2000), si è voluto esplorare un contesto di emergenza del tutto nuovo: le navi quarantena per la sorveglianza sanitaria da covid-19 rivolta a soggetti migranti. Tale contesto, costituito da una particolare forma di convivenza, tra gli ospiti, gli operatori e in generale tra lo staff impegnato a bordo, trovava la sua peculiarità nel fatto di condividere un’unica dimensione, seppur vissuta su piani differenti. Piani che, però, andavano ad incontrarsi quotidianamente tanto da suscitare in chi scrive la curiosità di interrogarsi sulla qualità della convivenza che si può instaurare in emergenza, nello specifico sulle navi quarantena, e quanto questa impatti con la qualità del lavoro svolto con gli ospiti. Secondo una visione gruppoanalitica, convivenza e relazione sono concetti estremamente legati tra loro che permettono di comprendere la natura sociale dell’essere umano così come la portata dei processi interpsichici. Seguendo questa direzione, l’ipotesi che qui si intende proporre è legata alla possibilità che la psicologia della convivenza porta con sé, ovvero di riconoscere nella convivenza la competenza degli uomini a vivere con l’altro, competenza che può risultare maggiormente utile in setting di emergenza, costituiti da cambiamenti repentini e dalla continua sollecitazione a trovare nuove forme di “stare con l’altro”.
Parole chiave: gruppoanalisi, emergenza, migranti, convivenza, relazione, complessità
Premesse
Prima di intraprendere il viaggio verso cui il presente elaborato tende condurre, appare utile iniziare da alcune premesse. Intanto, dalla metafora del viaggio che veicola un’immagine migrante ed è proprio di questo che si vuole parlare: quella condizione di passaggio tra due mondi diversi; un prima e un dopo che non hanno a che vedere soltanto con il trasferimento fisico delle persone da un luogo ad un altro quanto un cambio di cultura, di lingua, di lenti con cui guardare il mondo ed il ponte che unisce i due versanti. Mentre scrivo ho in mente il mare, nello specifico il Mar Mediterraneo, protagonista dell’esperienza a cui questo lavoro si ispira e che molto ha a che fare con quella condizione di passaggio che nel mio lavoro clinico, in generale, provo a sostenere. Per dirla in termini gruppoanalitici, la premessa di quanto si andrà a sviluppare nelle righe successive, trova la sua origine nel costrutto di attraversamento: intendendo per attraversamento “non solo quella condizione di passaggio da qui a lì, quanto piuttosto una condizione di naufragio e di smarrimento delle proprie matrici di significazione” (Montesarchio, 2002, pag. 41). Il naufragio e lo smarrimento saranno ulteriori temi, reali quanto metaforici, utilizzati per rappresentare e descrivere quella particolare condizione vissuta dalle persone migranti durante il loro viaggio verso l’Italia, così come degli operatori impegnati nel lavoro con questo specifico tipo di utenza e nello specifico contesto cui questo lavoro si ispira, ovvero quello di alcune navi impegnate nella sorveglianza sanitaria rivolta a soggetti migranti durante l’emergenza relativa al Covid-19 (2020/21).
Con-vivere in sistemi emergenziali
Secondo un proverbio africano “ci vuole tutto un villaggio per crescere un solo bambino” e questo rende molto l’idea dell’importanza della noità, del prendersi cura l’uno dell’altro, a cui si lega il costrutto di convivenza (Di Maria, 2000). Sulle navi, ho potuto fare esperienza di un contesto di convivenza del tutto nuovo e complesso, su diversi livelli, che richiedeva un’attenzione particolare, un tempo e uno spazio per essere pensato. L’ambito dell’emergenza, però, per prassi viene trattato come qualcosa su cui non sia possibile fare un pensiero perché soggetto all’imperativo del fare tempestivo (Pitzalis, 2018). Eppure, il mondo è alle prese con momenti alternati di “emergenza”, da sempre. Basti pensare agli avvenimenti più recenti, dalla guerra in Ucraina all’alluvione che ha colpito l’Emilia (2023), solo per citare qualche esempio. Un insieme di eventi che, come uno squarcio nel cielo, riflette la luce su un certo dato di realtà, una crisi. L’etimologia del termine, dal latino crisis, esprime la possibilità di scegliere, decidere; dal verbo greco krino, prende il significato di separare. Il termine crisi, da un lato veicola l’immagine di un qualcosa di rotto, rovinato, impossibilitato nel rappresentare la realtà per come lo era prima dell’avvento critico; dall’altro esprime la possibilità di riflettere su quanto accaduto, di fare un “pensiero su” (Carli, 1997), di darsi tempo e spazio per l’emersione di nuovi significati. È interessante osservare come, in letteratura, si parli di psicologia dell’emergenza come di una “psicologia in azione” (Della Maggiore, 2017, pag. 8), veicolando l’immagine di un fare attivo e immediatamente riparatore. In questo senso, può essere utile il pensiero di Foulkes (1975), che evidenziava quanto i fatti sociali fossero anche fatti intimamente interni. La logica della Psicologia dell’Emergenza, centrata sul fare, rappresenta la peculiarità dei sistemi di intervento e accoglienza sviluppatesi nel corso degli ultimi 20 anni. In questo sistema, appare sullo sfondo il precipitato emotivo di chi riceve supporto, così come di chi è chiamato ad intervenire, non considerando quanto tutto ciò costituisca, insieme agli aspetti pratici ed organizzativi, il prodotto dell’intervento nell’ambito dell’emergenza.
Responsabilità politica e pratiche sociali: la polis siamo noi
Riflettere in modo ampio sul senso che le pratiche sociali rappresentano per gli individui trova le sue ragioni nell’idea per cui l’uomo non sia un’entità a sé stante, una monade tra tante, quanto parte di un sistema che si fonda sull’interdipendenza, (Lewin, 1988). Si pensi anche alla teoria dell’attaccamento, infant observation e il costrutto del transpersonale – ai quali si può collegare, a loro volta, il concetto di neotenia, mutuato dalla gruppoanalisi per parlare della particolarità che rende l’uomo intrinsecamente sociale. Il suo nascere in un contesto, il suo bisogno dell’altro per un tempo lungo, prima di divenire autonomo, il suo essere sempre in relazione con un altro diverso da sé, lo rendono parte di una rete di cui non può fare a meno per essere un essere nel e del mondo. La gruppoanalisi soggettuale basa la propria teoresi sull’idea che la psiche si costruisca grazie e a partire dalla relazione con l’ambiente esterno. Le pratiche sociali allora, non sono altro da noi, semmai rappresentano il precipitato storico, antropologico, simbolico-affettivo, culturale entro il quale orientiamo il nostro vivere sociale, dunque la convivenza.
Verso una visione di emergenza: nuove forme di convivenza
“A livello gruppale e sociale la psicologia è la scienza della convivenza consapevole e progettuale, della competenza a convivere. Questo significa anche prendere atto che la psicologia può acquisire strumenti e concetti capaci di contribuire ai cambiamenti politici di una comunità e non solo utili a interpretarla” (Di Maria, 2000, pag.). Seguendo questa prospettiva, è necessaria una revisione del concetto di emergenza e di come questa venga applicata, in particolare se si considera tutto il sistema di accoglienza in Italia che appare, dai suoi esordi, caratterizzato da una modalità di gestione del fenomeno migratorio in termini emergenziali, ad hoc e mai in termini organici e strutturali, con continue modifiche che allargano e restringono le maglie che regolano l’intero sistema di accoglienza in Italia. Oltre a considerare l’emergenza in termini di urgenza, la si può considerare anche nei termini di un emergere fuori. In questo senso, trova spazio la possibilità di considerare l’emergenza come quella condizione utile a esplorare le dinamiche sociali in un modo più profondo e a guardarle “segnale e conseguenza di un sistema sociale in crisi ed in movimento rispetto ai suoi equilibri interni” (Mancini, 2016, pag. 53). A conclusione di quanto fino ad ora trattato, propongo una nuova lettura di comunità che viene proprio dall’Africa e che passa attraverso il termine ubuntu, il quale si può tradurre nel seguente modo: “io sono perchè tu sei, noi siamo perchè voi siete” (Ogude, 2020, pag. 205), ad indicare l’idea per cui l’identità di un individuo si formi grazie ad una rete di relazioni.
Racconti a margine di un’esperienza “emergenziale”
Ricordo la prima volta che sono salita sulla nave, l’atteggiamento laborioso seppur accogliente di alcuni e il taglio divisorio e deciso di altri. Percepì, ad un livello fisico, il disagio di essermi inserita al termine di un progetto avviato e sostenuto da altri che, stanchi, provavano a difendere quanto costruito, come se l’ingresso di nuove figure professionali fosse percepito come un’invasione, un ulteriore cambiamento da tenere sotto controllo e modellare secondo prassi già consolidate, così come consolidate sembravano le emozioni che circolavano tra i membri del gruppo che mi apprestavo a conoscere. Erano ben chiari i ruoli, gli schieramenti, le difficoltà tali per cui la prima sensazione era legata ad una necessità di scegliere da subito da quale parte stare. Osservando l’impatto di tali aspetti sui membri dello staff e sul clima percepito, successivamente, mi resi conto di quanto l’istituzione che mi apprestavo a conoscere si trovava essa stessa alle prese con un’emergenza interna più che esterna, che veniva espressa nella necessità continua di un confronto tra i vari professionisti, alla ricerca di eventuali coordinate da seguire ma che di fatto, poi, generavano confusione sempre crescente e un continuo senso di disorientamento, un po’ come gli uomini e le donne che provavamo a sostenere. Il progetto per cui ero stata chiamata a lavorare, volgeva al suo termine, oscillando tra la preparazione per la chiusura della nave e improvvisi cambi di programma, a livello ministeriale, che proponevano ulteriori proroghe. Ogni aspetto era soggetto a un continuo cambiamento alternato da fasi di conflitto e difficoltà, a fasi di intenso affiatamento, forse anche esacerbato dalla necessità di riscoprire elementi di affettività condivisa. Ognuno provava a dare il proprio contributo in termini di senso dell’esperienza che veniva vissuta, all’interno di una ambiguità e confusione più istituzionale. Il progetto era stato avviato con l’obiettivo di garantire la sorveglianza sanitaria legata al Covid-19, rivolta a persone migranti e continuava ad essere operativo in un periodo in cui l’emergenza sanitaria era stata dichiarata terminata. Non solo, l’idea stessa di un’azione temporanea ed emergenziale sembrava aver alimentato ancora di più l’incertezza, l’inadeguatezza e di fatto la non risposta a questioni che sembravano di natura emergenziale ma che, in realtà, come sopra accennato, riguardavano una modalità di agire e pensare tali situazioni. Dunque, una situazione di emergenza che non aveva a che fare con il Covid-19 o con le persone migranti ma con il sistema più generale di accoglienza presente in Italia. Inoltre, era interessante osservare come il modo di vivere l’istituzione da parte di ogni membro, me compresa, rappresentava il frutto di storie condivise, racconti, fantasie, eventi, vissuti, tramandati di missione in missione tali da diventare il patrimonio condiviso di tutta l’esperienza. “Ogni individuo è immerso nel campo che egli contribuisce a creare, secondo varie posizioni più o meno distanziate tra individuo e campo stesso. Il vantaggio di questa prospettiva è che permette di studiare il campo come totalità, pur mantenendo la possibilità di indagare come ogni individuo contribuisca al campo stesso volta per volta e come si immerga parzialmente o totalmente nel campo collettivo” (ibidem, pag. 51). Rivolgendo ancora una volta lo sguardo all’esperienza lavorativa da me vissuta, viene alla mente il particolare modo dei singoli di costituire un certo tipo di campo. Un aspetto, infatti, sempre presente era legato alla tendenza dei due grandi gruppi, sanità e migrazioni, a vivere come realtà separate. Questo si poteva osservare nei momenti di pausa, durante i briefing o durante i pasti dove era possibile trovare accorpati i gruppi, ognuno rispetto alle proprie appartenenze. Dunque, anche fisicamente, in base a come le persone occupavano lo spazio, era possibile osservare questa dinamica che spesso generava conflitti inter gruppi , mancanza di comunicazione e confusione anche rispetto al lavoro da svolgere con gli ospiti, insieme a un vissuto di esclusione ed emarginazione, dal momento che il gruppo migrazioni era costituito, per la maggioranza, da persone che, a loro volta, erano state migranti e avevano affrontato il lungo e difficile percorso verso l’Italia, nonché il percorso di accoglienza. Mi sono sentita spesso naufragare anche io, comprendendo, tempo dopo, quanto, immersa in quel campo, senza una bussola o delle coordinate, fosse difficile comprendere e sentire di far parte di un gruppo. A posteriori, mi viene da pensare che sarebbe stato utile tenere a mente il vissuto di smarrimento da me provato e tentare di riportarlo nel mio lavoro per comprenderne meglio il contesto e i beneficiari.
Il gruppo come dispositivo creativo del “non ancora”
Interrogarsi sul gruppo come strumento e insieme fine del fare sociale, può essere utile per vederlo non solo come strumento quasi scontato per gli interventi sociali, ma anche luogo di una costruzione condivisa. Sulle navi, ho risentito spesso di una visione del gruppo come strumento già dato e perciò definito. Nei momenti in cui non erano presenti gli ospiti a bordo, la tendenza era quella di fare dei team building con l’obiettivo esplicito di creare una coesione di gruppo e con l’obiettivo implicito di riempire il vuoto generato dal non fare niente. Attività che nella pratica evitavano non solo una riflessione sui contributi simbolico affettivi condivisi dallo staff, ma si rifuggiva anche dalla costruzione di una matrice di significazione condivisa, preferendo attività ludiche. Appariva evidente l’assenza di un pensiero sugli aspetti emozionali condivisi, così come le alte difese messe in atto attraverso le attività ludiche con lo scopo dichiarato di alleggerire il clima emotivo percepito. “La costruzione di un noi, o di una noità, […] è direttamente associata all’individuazione di una matrice di significazione inconscia condivisa, cioè un “sentirsi parte di” in termini emozionali, in definitiva la base su cui si costruiscono i processi di appartenenza.” (Mancini, 2016, pag. 69). Infondo, eravamo tutti sulla stessa barca.
Convivenza e promozione del ben-essere psicosociale
La polis è il luogo di incontro tra gli individui, delle relazioni, del fare sociale, dunque della politica. Per Di Maria (2000), è possibile considerare la grupponalisi come clinica del ben-essere, non soltanto tesa verso il disagio, la sofferenza, il disfunzionamento di processi mentali, quanto piuttosto verso la qualità delle relazioni tra gli individui all’interno di un determinato contesto. In questo senso la polis rappresenta quella dimensione che, attraversata da un livello di transpersonale politico-ambientale, sostanzia ciò che definiamo pratiche sociali. Per tale ragione, la polis può essere intesa come “luogo e tempo di una convivenza competente e responsabile”.
Conclusioni
Arrivati alla fine di questo lungo viaggio viene da chiedersi cosa sia possibile portare con sé. È stato possibile cogliere lo smarrimento e la confusione che accompagnano spesso i viaggi migratori. E, seguendo questo processo dinamico di disconoscimento e ri-significazione di quanto si è andato trattando, in qualche modo, si è provato a spostarsi da una dimensione di emergenza ad una di costruzione di un nuovo spazio in cui accogliere l’incertezza, senza escludere l’altro o includerlo solo in parte ma provando a interrogarlo. Nel nostro caso, l’altro è “lo straniero” che abita fuori di noi – dal latino ex traneus – ma anche dentro di noi. Si è provato allora a dialogare con quanto possiamo sentire come altro da noi. Ancora una volta, seguendo quanto avviene nel mondo, si può vedere come l’emergenza non sia qualcosa di improvviso quanto frutto di una mancata responsabilità verso un dato contesto. Il mio pensiero va alle diverse emergenze che, nel corso dell’ultimo anno, ho avuto modo di attraversare, alle diverse popolazioni di migranti che cercano una qualche speranza qui da noi. Ancora una volta, si continua a ragionare in termini di emergenza e sempre di più diventa forte l’esigenza di un pensiero strutturale in termini di cultura delle relazioni e della convivenza.
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L’autrice
Azzurra Giaimis: psicologa clinica, gruppoanalista, esperta in etnopsicologia, ricerca in ambito psico-sociale