

A cura di Elisa Ciavardini
Abstract
Questo articolo si pone l’obiettivo di aprire una riflessione sulla fluidità di genere, ad oggi sempre più presente nella nostra società soprattutto fra i più giovani, e su quanto, spesso, venga sottovalutata la connessione tra le modalità con cui i ragazzi vivono e si esprimono e il mondo degli adulti. Quello dell’adolescenza viene spesso considerato un mondo a parte, che esiste in un tempo sospeso e che cederà prima o poi il posto al mondo reale, adulto, fatto di lavoro, di famiglia, di scelte di vita. L’adolescenza, invece, lungi dall’essere una realtà a sé, rappresenta un ritratto forte e chiaro della nostra società. Allora, leggere la fluidità di genere, che osserviamo sempre di più fra gli adolescenti, non come qualcosa di “altro da sé”, ma come una delle voci che contribuiscono alla cultura emozionale che appartiene ad ognuno di noi, può aiutarci a fare un pensiero su alcuni aspetti, come quelli relativi agli stereotipi di genere. Il Genere nell’esperienza individuale viene spesso dato per scontato, perché insito nel modo in cui siamo abituati a dare senso al nostro vivere, ma se ci si ferma a fare un pensiero, possiamo vedere come ogni aspetto della nostra vita possa essere ripensato a partire da esso e profondamente messo in discussione
Parole chiave: adolescenza, generazione Z, identità di genere, gender-flui, non-binary, queer
Durante l’infanzia la nostra identità è costruita sulla base dell’interiorizzazione delle matrici di significato proprie del nostro contesto relazionale, della nostra famiglia e della nostra cultura. L’ambiente in cui viviamo ci propone un’identità, attraverso il modo in cui si relaziona a noi e, crescendo in quell’ambiente, noi ci identifichiamo con quella proposta identitaria (Buday, 2020). L’adolescenza è, invece, il momento in cui iniziamo a mettere in discussione le matrici di significato del nostro ambiente, attivando un pensiero critico sulla nostra cultura e sulla nostra identità (Buday, 2010). In questo processo di riflessione sulla propria esperienza e di risignificazione delle proprie modalità di stare al mondo, il compito dell’adolescente è quello di integrare gli aspetti che sono stati interiorizzati nel corso dello sviluppo con le nuove esperienze e le parti di sé che si vanno pian piano scoprendo (Di Maria & Formica, 2009). Per le nuove generazioni questo processo, già di per sé complesso, è reso ancora più problematico dalle grandi ambivalenze che caratterizzano la società attuale: il mondo del lavoro è completamente cambiato e con esso tutti i criteri che guidavano il percorso dalla giovinezza all’età adulta; il concetto di famiglia non è più riconducibile al nucleo familiare tradizionale e i ruoli di genere non sono più rigidamente definiti e strutturati come lo erano per le generazioni precedenti (Castellazzi, 2020). Tutti questi cambiamenti, nonostante non siano stati in realtà così repentini, sembrano aver colto impreparato il mondo degli adulti, che si trova spesso in difficoltà a dare senso ad un mondo che non può più essere interpretato con i criteri di lettura tradizionali e che spesso, quindi, viene osservato con paura e sospetto (Lancini, 2021).
2. Costruire l’identità di genere
Nel processo di costruzione della propria identità durante l’adolescenza un aspetto fondamentale è anche quello relativo all’identificazione e alla differenziazione rispetto alle figure genitoriali (Buday, 2020). Gli adulti di riferimento, che durante l’infanzia costituiscono l’ambiente di sviluppo e la fonte da cui trarre ispirazione per interpretare il mondo che ci circonda, durante l’adolescenza diventano dei modelli di riferimento a cui attingere per costruire il proprio modo di stare al mondo. I genitori, però, rappresentano non soltanto un modello di vita adulta, ma anche di identità di genere e di ruolo di genere nella società. Dunque, nel processo di differenziazione-identificazione con le figure genitoriali, l’adolescente si trova anche a mettere in discussione i ruoli di genere proposti dai propri adulti di riferimento e a cercare di integrare nell’identità che si sta costruendo ciò che di quei ruoli sente più affine, allontanandosi da ciò che invece non sente appartenergli (Riva, 2021). Gli adolescenti di oggi, però, vivono in un mondo in cui è presente una fortissima e costante ambivalenza sulle questioni di genere, che esita, da una parte e dall’altra, nel senso di colpa e nella frustrazione. Sono figli di donne indipendenti, che lavorano per mantenere la propria autonomia e non soltanto per necessità economica, come poteva accedere nelle generazioni precedenti; queste donne però sono poi costrette dalla società ad un costante senso di colpa per l’impossibilità di dedicarsi completamente ai figli e alla gestione domestica (Riva, 2021) e soprattutto per il desiderio di prendersi del tempo per sé, al di fuori della famiglia. Dall’altra parte ci sono i padri di questi ragazzi, che hanno abbandonato l’ideale di virilità e autoritarismo del ruolo di pater familias, ma che spesso non riescono a trovare un modo alternativo per esprimere la propria mascolinità (Miscioscia, 2021). Spesso questi padri si trovano a dover fare i conti con l’ipocrisia di una società che da una parte disprezza il patriarcato e dall’altra collude con quegli aspetti che rinforzano la concezione che le donne siano naturalmente portate all’accudimento e gli uomini no, innescando negli uomini una sottile ma costante frustrazione per il non poter assumere con soddisfazione né il ruolo che era dei propri padri, né un nuovo ruolo più libero da stereotipi. Montesarchio e Venuleo (2010) sottolineano come l’Identità debba essere considerata come una pratica sociale, inscritta entro specifiche forme di vita e specifiche reti comunicative, impegnate a promuovere la propria visione del mondo. Possiamo, allora, pensare che l’aumento, fra gli adolescenti, di persone che si identificano come Non-Binary o Queer, rappresenti un tentativo di costruire la propria identità sulla base di ciò che c’è di buono nell’essere uomo e nell’essere donna e cercando di scindere difensivamente le angosce e le frustrazioni che l’essere solo uomo o l’essere solo donna portano con sé.
3. La fluidità di genere nella “generazione Z” e la comunità dei social network
Il Genere è un aspetto dell’esperienza umana in confluiscono questioni sociali, familiari, individuali ed è forse per questo che possiamo rintracciare in questa generazione un’attenzione particolare all’Identità di Genere, che per le generazioni precedenti era perlopiù data per scontata. Per i ragazzi di oggi spesso i criteri del binarismo di genere non sono più sufficienti per definirsi, perché poggiano su un modello sociale e culturale che non funziona più e che porta con sé troppa conflittualità, ma resta l’importanza di dare un nome a ciò che si è e a quello che si sente. Allora, per coloro che sentono forte l’importanza di questa componente all’interno della propria identità, non resta che trovare nuovi modi per definirsi, nuovi termini in cui sentirsi a proprio agio, liberi dalle imposizioni e dalle contraddizioni della società. Oggi moltissimi ragazzi esprimono, con naturalezza sorprendente, i più variegati vissuti relativi all’Identità di Genere, trovando parole sempre più specifiche per definire ciò che sono, forse perché, come osserva Pupi (2021), quando la tradizione non fa più da bussola, l’unico modo per trovare risposte alle proprie domande è concentrarsi sull’introspezione e sull’autoriflessione per trovare il modo migliore di definire sé stessi e il proprio codice di valori. Se da una parte gli adolescenti della Generazione Z hanno progressivamente disinvestito dalla relazione con gli adulti, abbandonando il conflitto tra combattere o conformarsi alle regole della società, che era appartenuto alle generazioni precedenti, dall’altra assistiamo ad un crescente sovrainvestimento nel rapporto col gruppo dei pari, che costituisce la comunità di riferimento nella quale veder riconosciuta la propria immagine di sé (Burgio, 2021). All’interno di questa comunità riveste particolare importanza il mondo di internet e dei social, attraverso i quali i ragazzi hanno creato il loro mondo, apparentemente lontano da quello degli adulti, con le loro mode, i loro social, i loro linguaggi. Un territorio privato in cui poter sperimentare liberamente ogni aspetto della propria identità e della propria individualità. I Social hanno la capacità di cristallizzare il “qui ed ora”, permettono di rendere reale qualunque immagine di sé si voglia fornire in quel preciso momento, indipendentemente dal contesto e dalla coerenza che quell’immagine può avere all’interno della propria storia di vita. In questo senso, i social rappresentano un territorio “bonificato”, in cui poter sperimentare quelle parti di sé che si vanno esplorando e pian piano scoprendo, senza dover pensare troppo alle conseguenze (Lancini, 2015). Le relazioni virtuali, infatti, permettono con maggiore facilità la possibilità di disinvestire emotivamente il rapporto e di mettere in pausa la comunicazione quando quella relazione non riesca più a soddisfare i propri bisogni (Pupi, 2021). Questo risponde bene alle esigenze di una generazione che da una parte è particolarmente sensibile allo sguardo di ritorno dell’altro e attribuisce estrema importanza alla relazione (Lancini, 2021) e dall’altra si caratterizza per una “presentificazione” della vita quotidiana che nasce da una difficoltà dei ragazzi che abitano la nostra epoca, di progettare il futuro (Burgio, 2021). I social rappresentano, quindi, per l’adolescente un luogo sicuro in cui potersi mostrare per ciò che si è in quel momento, affidandolo nelle mani di una comunità, quella virtuale, in grado di comprendere e rispecchiare questa immagine di sé (Cucurullo & Rodriguez, 2017). Da una ricerca pubblicata nel 2020, emerge come, per i giovani che si identificano come Gender-Fluid o Non-Binary, i Social Media rivestano un’importanza fondamentale, poiché permettono di rispecchiarsi in altre persone, magari anche famose, che vivono un’esperienza simile, aiutando i ragazzi a trovare un nome al proprio vissuto e a sperimentare con maggiore serenità la propria identità (Vijlbrief et al., 2020). L’utilizzo dei social network permette, quindi, di sperimentare la propria identità in una forma virtuale in relazione ad un pubblico, quello dei followers, che può o meno coincidere con gli amici realmente conosciuti e frequentati di persona, ma che condivide una “cultura affettiva della rete” (Buday, 2020). Questa esperienza, però, non è staccata dal mondo reale, ma fa parte di quella vita onlife descritta da Floridi (2017) come una modalità ibrida di stare al mondo, in cui reale e virtuale sono indissolubilmente intrecciate ed è impossibile scindere nettamente le due cose (Lancini, 2021). In questa vita onlife gli adolescenti intrecciano relazioni e fanno esperienze di vita che sono autentiche, indipendentemente dal fatto che ciò accada in chat o di persona (Miscioscia, 2021) riportando costantemente il virtuale nel reale e viceversa. È infatti nella società reale che si può osservare la maggiore libertà delle nuove generazioni nei confronti delle etichette tradizionalmente legate al genere e all’orientamento sessuale: Burgio (2021) sottolinea come tra gli adolescenti la rappresentazione di genere sia molto più fluida e come, in generale, tra i ragazzi di oggi ci sia una maggiore libertà di esprimere la propria identità all’interno di un gruppo di pari pronto ad accogliere le differenze individuali e le diverse modalità di espressione di sé.
4. I nuovi significati del genere
Se, come abbiamo detto, i Social rappresentano un contesto protetto in cui poter sperimentare dei nuovi vissuti identitari, prima di portarli nel mondo esterno, possiamo provare a dare un senso anche ai nuovi linguaggi che nei social nascono e si sviluppano. Il linguaggio è la principale risorsa che gli attori di un contesto usano per costruire il senso di sé e del mondo; la storia di un gruppo sociale, dunque, non è altro che un processo intersoggettivo di significazione e risignificazione continue (Montesarchio & Venuleo, 2010). Cosa fare, allora, quando le matrici di significato che si hanno a disposizione culturalmente non sono più in grado di permettere una narrazione coerente ed adeguata di sé? Si inventano nuovi linguaggi. E così i ragazzi oggi, soprattutto attraverso i Social, hanno trovato nuovi modi per esprimersi, nuovi termini per definirsi, nuovi repertori linguistici di gruppo. A partire dall’utilizzo, nella scrittura, degli asterischi e della schwa, fino all’invenzione di termini sempre più specifici per definire ogni possibile vissuto identitario relativo al genere, i giovani stanno cercando di creare una nuova cultura, nella quale ognuno possa essere libero di definirsi esattamente per ciò che sente di essere (Gheno, 2022). Questo fenomeno, se lo si osserva con attenzione, è di una potenza incredibile. Modificare il linguaggio di una società è forse l’atto più forte e rivoluzionario che si possa fare, eppure, ancora una volta, non sembra esserci da parte dei giovani una precisa volontà di mandare un segnale. I ragazzi hanno creato questi repertori di significato prevalentemente per una propria esigenza di riuscire a dare un nome a ciò che si è, e lo hanno fatto principalmente all’interno del loro territorio, quello dei Social. Ma questo atto, apparentemente semplice, sta avendo nella nostra società delle ripercussioni, su cui probabilmente si fa ancora fatica a fare delle riflessioni. I nuovi linguaggi introdotti dai giovani stanno obbligando tutti noi a mettere in discussione il significato che ha il genere all’interno della nostra società e ciò che può essere considerato “normale”. La questione del politically correct ci mostra chiaramente quanto la nostra cultura sia attualmente impegnata in un processo di rinegoziazione e risignificazione dei propri valori, ma soprattutto quanto questo processo sia difficile. Il fatto che sia presente questa spinta, da parte dei ragazzi, a riflettere e mettere sempre più in discussione, anche con naturalezza, qualcosa che per la maggior parte degli adulti è stata sempre data per scontata, crea nella società un turbamento (Gheno, 2022). La narrazione odierna del “non si può dire più niente al giorno d’oggi” è l’esempio perfetto di come attribuire all’altro una suscettibilità che riguarda invece ognuno di noi, perché ogni membro della nostra società è attraversato da questi movimenti culturali, che impongono una riflessione sul proprio senso di sé. Quando questa riflessione diventa troppo rischiosa, perché le proprie matrici di significazione sono troppo rigide, la soluzione più semplice è quella di negarne la pericolosità per sé e sminuire, dunque, quelle istanze che rischiano di mettere troppo in discussione i propri principi e valori.
5. Conclusioni
Alla luce di queste considerazioni, dunque, possiamo dire che, se il dialogo tra generazioni diverse non è mai stato semplice in nessuna epoca, nel nostro periodo storico siamo in presenza di un gap generazionale che si gioca su un terreno completamente inesplorato per il mondo degli adulti: La “Generazione Z” esprime con una libertà davvero impressionante un concetto che nessuna generazione prima di loro ha potuto pensare: il sesso di nascita non definisce ciò che siamo e il percorso che faremo nelle nostre vite. Il modo di esprimersi di questi ragazzi denota una volontà di andare oltre una questione che per le generazioni precedenti ha sempre influenzato profondamente il modo in cui ognuno ha definito sé stesso, crescendo e facendo il suo percorso di vita nella società, che è quella dell’essere nati maschi o femmine. Gli adolescenti, dunque, ci consegnano una riflessione complessa, importante, delicata. A noi adulti spetta il compito di non sprecare questa opportunità.
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L’autrice
Elisa Ciavardini: Psicologa Clinica e Specializzanda in Psicoterapia Gruppoanalitica presso la scuola ITER. Si occupa di Psiconcologia e di Formazione nell’ambito di progetti di Servizio Civile Universale.